Depressione e disturbi dell'umore

I Disturbi dell’Umore possono presentarsi con quadri clinici di diversa tipologia e con livelli di gravità differenti. Fra i più noti: il Disturbo Bipolare, la Depressione Maggiore, la Distimia, il Disturbo Ciclotimico.

Si ritiene che la componente biologica, soprattutto ai livelli più gravi, sia importante. Ma si ritiene anche che la dimensione psicologica e gli aspetti biologici siano strettamente connessi e si influenzino a vicenda.

La comprensione degli aspetti psicologici e il trattamento psicodinamico giocano ancora un ruolo centrale nella cura dei Disturbi dell’Umore, nonostante i progressi nella comprensione delle componenti biologiche.

Per quanto riguarda ad esempio gli episodi maniacali e depressivi del Disturbo Bipolare, essi possono essere scatenati in alcuni casi da fattori prevalentemente biologici, in altri casi da fattori psicologici.

La depressione, inoltre, può estendersi molto al di là del singolo episodio; ed essere estremamente più pervasiva di esso, rispetto alla qualità della vita. Spesso infatti la situazione psichica del paziente è complicata da tratti caratteriali, che aumentano la sofferenza e rendono più difficile il trattamento.

Gli episodi depressivi possono anche sovrapporsi ad una condizione depressiva cronica, creando una situazione clinica che viene chiamata “doppia depressione”.

Inoltre, una buona parte dei pazienti soffrono, contemporaneamente, di un marcato disturbo della personalità. Spesso è presente, ad esempio, una patologia ossessivo-compulsiva del carattere.

Infine, alcune categorie di pazienti possono avere particolare necessità di ricorrere ad un approccio psicoterapeutico: persone che non possono assumere psicofarmaci per problemi medici di diversa natura; soggetti che non sono in grado di tollerare gli effetti collaterali dei farmaci; coloro che non rispondono alle terapie farmacologiche; pazienti che rifiutano i farmaci per vari motivi psicologici; persone che vogliono comprendere e padroneggiare le cause psicologiche del loro disturbo.

Bisogna tener conto che, qualunque componente biologica vi possa essere nel singolo caso, il paziente esperisce la propria depressione, sul piano psicologico, come un problema che riguarda la propria autostima, nel contesto di relazioni interpersonali che vengono sentite come fallimentari.

Diventa cruciale, quindi, stabilire il contesto e il significato interpersonale della depressione. Anche se il paziente spesso resiste tenacemente all’esplorazione ed al riconoscimento di tali implicazioni interpersonali.

Si ritiene che le modalità relazionali dell’adulto derivino in parte dalle relazioni interiorizzate nell’infanzia; e che nei disturbi psichici si riattivino relazioni infantili disturbate. La depressione, in particolare, mostra la stretta connessione, come si è detto, fra le intime relazioni interpersonali e il mantenimento dell’autostima.

Importante la teorizzazione di Arieti (1977), che ipotizzò, nelle persone gravemente depresse, un vivere non per se stessi ma per un’altra persona; oppure per un’organizzazione, o per un ideale. Egli denominò tale situazione psichica “ideologia dell’altro dominante”.

La sua ipotesi mette in rilievo, fra l’altro, l’impotenza del paziente nel riconoscere l’irraggiungibilità dello scopo. Il terapeuta allora dovrà aiutare il paziente a divenire consapevole di questa posizione: aiutarlo cioè a scoprire dentro di sé questo elemento che domina la sua psiche; e gradualmente distaccarsene, sostituendolo con nuovi legami.

Per quanto riguarda più specificamente le condizioni maniacali ed ipomaniacali, per quanto spesso possa essere necessario un intervento farmacologico, può essere molto utile l’attenzione alle tematiche psicologiche che scatenano gli episodi.

Inoltre, bisogna tener conto che subito dopo un episodio maniacale, durante il quale il paziente può aver perso il controllo di se stesso, può essere necessario affrontare con lui sentimenti di colpa e di vergogna, come anche la preoccupazione per la propria aggressività e distruttività, o il rimorso per gli eventuali danni provocati agli altri.

L’approccio psicodinamico alla depressione riguarda ogni livello di gravità e non solo le forme più lievi. Potrà essere utile indagare quali eventi hanno scatenato la depressione; quali sono le aspirazioni, cariche di un significato molto forte per l’autostima, che il paziente non è riuscito a raggiungere; se e come si configuri, nella vita del soggetto, il cosiddetto “altro dominante”, per il quale egli sta vivendo o dal quale non riceve le risposte desiderate; se vi è colpa associata ad aggressività e rabbia; ed eventualmente, verso chi può essere indirizzata la rabbia.

Come si è detto, il paziente in buona parte ripete, nei suoi rapporti attuali, alcuni modelli relazionali caratteristici, che hanno forti basi nella struttura della personalità; e che li rendono difficili da modificare.

Talvolta è presente anche quello che viene chiamato “vantaggio secondario”, per cui il paziente approfitta, per lo più inconsapevolmente, della propria malattia, per esprimere impulsi distruttivi verso gli altri.

Il compito del terapeuta è allora, fra l’altro, di aiutare il paziente a concepire nuovi possibili modi di vivere. Scoprire nuove possibilità relazionali, che trasformino quelle inconsapevolmente apprese. Le aspirazioni idealizzate devono essere modificate per divenire realizzabili; o essere sostituite con altri scopi e obiettivi. (Bibring, 1953).

Tratto da: Gabbard G.O.: “Psichiatria Psicodinamica”, Raffaello Cortina Editore; modificato.

 

Riferimenti bibliografici:

Arieti S. (1977) “Psychotherapy of severe depression”, Am. J. Psychiatry, 134, pp.864-868.

Bibring E. (1953) “The mechanism of depression”; in Greenacre P. “Affective Disorders: Psychoanalytic Contributions to Their Study”, International Universities Press, New York.